Leggende di oro e di fate dai piedi palmati

Roberto D’Amico

Tra la vasta, stravagante schiera di personaggi fantastici (fate, masche, folletti, gnomi, elfi…) che popola il ricco mondo del folclore piemontese, un posto particolare è certamente occupato da un misterioso popolo di esseri con i piedi palmati la cui tradizione è presente in un’area molto ristretta del territorio della Bessa biellese. Sono infatti solo tre i paesi che condividono il ricordo di queste enigmatiche creature: Netro, Muzzano, Mongrando. 
Le storie che le riguardano hanno caratteristiche così peculiari, con pochi elementi comuni ad altri racconti del mondo del fantastico, da non averne sinora consentito una spiegazione. 
Vediamo innanzi tutto cosa dicono le leggende, delle quali in realtà esistono diverse versioni che assai verosimilmente, data la vicinanza dei paesi, si sono clonate nel tempo dall’unica originale. 
La leggenda di Netro pare essere la più antica. Essa racconta che tanto tempo fa i paesani videro del fumo sulle montagne. Pensando che qualche straniero si fosse stabilito lì, vollero capire di chi si trattasse. Un netrese più coraggioso degli altri decise di scoprirlo; raccolse delle verdure nell'orto e s’incamminò su per la montagna. Quando arrivò dagli stranieri, offrì loro le verdure. Loro lo ringraziarono e per contraccambiare gli diedero un sacchetto pieno d'oro. 
Gli incontri continuarono. Gli stranieri partecipavano spesso alle feste e alle fiere locali e non era raro che i giovani del posto corteggiassero le loro ragazze. Erano da tutti stimati per la loro bontà e cortesia e dissero che avrebbero svelato a tutti il segreto per trovare l'oro. 
   

Un giorno, però, un evento inatteso cambiò tutto. A seguito di un incidente fortuito, gli abitanti si accorsero che una delle donne straniere aveva piedi strani, simili alle zampe di un’oca. Tutti iniziarono a deriderla e a schernirla chiamandola “pé d’oca”. La poverina riuscì a fuggire e a raggiungere la grotta nella quale lei e i suoi simili abitavano e da quel giorno nessuno li vide più. (1)
Il dirupo dove si dice vivessero, che in realtà presenta solo piccole cavità, è ancora oggi conosciuto come le “Tane dij Afé” (Tane delle Fate) o “Ròch dij Afé” (Roccia delle Fate). Resta indecifrabile il motivo per cui quelle straniere vennero associate alle Fate. 
Molto significativamente, quel dirupo si trova un centinaio di metri sotto il “Dèir Saltzèr”, un grande roccione che domina la Valle d'Elvo e che a certe ore del giorno, per effetto di un gioco di luci e ombre, sembra formare il profilo di un grande volto. La tradizione vuole che lì le antiche popolazioni celebrassero i loro riti.
A Netro la tradizione continua ad essere mantenuta viva, tanto che, durante l’anno scolastico 2008-2009, i bambini della scuola elementare hanno realizzato un itinerario escursionistico, chiamato appunto “Il sentiero dei pe' d'oca”, che dal centro del paese in un paio d’ore di cammino conduce alla Roccia delle Fate. (2) 
Anche nella vicina Muzzano una variante della leggenda ricorda l’arrivo di stranieri provenienti dal nord, abilissimi nell’estrazione dell’oro dai torrenti e dalle montagne che si stabilirono fuori dal paese con le loro famiglie: uomini alti, robusti, dalla barba folta; donne bellissime, floride, dalla pelle chiara, gli occhi azzurri e lunghi capelli biondi.
Come a Netro, i nuovi arrivati impararono rapidamente il dialetto locale, fraternizzarono con gli abitanti e promisero di rivelare i segreti della loro arte mineraria. Ma una sera, durante di danza rituale alla luce tremolante delle fiaccole, anche qui accadde l’irreparabile. Quando il ritmo divenne più frenetico e le donne straniere iniziarono a danzare con maggiore impeto mostrarono inavvertitamente i loro piedi simili a zampe d’oca.
 

Le donne del paese reagirono con scherno, apostrofandole come “pè d’oca” e facendo il verso dello starnazzare delle oche. Gli stranieri, feriti e indignati, lasciarono Muzzano pieni di rabbia, gridando che se ne sarebbero andati senza mai svelare il segreto dell’oro.
I paesani decisero allora che si sarebbero fatti dire, con le buone o con le cattive, quel prezioso segreto. Armati di mazze, roncole e bastoni si avviarono verso la grotta in cui dimoravano i forestieri. Giunti nei pressi dell’antro, però, furono accecati dall’apparizione di una luce intensissima entro cui era una fanciulla di straordinaria bellezza, avvolta in un velo d’oro e d’argento e con i capelli biondi ornati di rose. Nonostante ciò, la folla avanzò ancora, finché accanto alla figura luminosa si erse sibilando un enorme serpente che sputava fuoco. Fu allora che tutti fuggirono in preda al terrore. (3)
A Mongrando, infine, una terza versione della storia narra di tre fanciulle di una bellezza fuori dal comune, così perfette da suscitare l’invidia e la gelosia di tutte le donne del paese. Nessuno riusciva a capire come potessero non lavorare mai, essere sempre così in ordine e mantenere un aspetto tanto incantevole.
Un giorno, quando tutte le donne del paese erano intente a fare il bucato al lavatoio, per dispetto una di loro tolse il tappo della vasca facendo riversare l’acqua verso la parte bassa del villaggio proprio mentre le tre ragazze vi stavano passeggiando. Istintivamente esse sollevarono le vesti per non bagnarle e alcuni bambini videro ciò che nessuno aveva mai notato: avevano i piedi palmati.
Da quel momento iniziarono le derisioni. Le tre fanciulle rivelarono allora la loro vera natura: erano fate dotate di grandi poteri magici e offese e furiose, prima di sparire lanciarono una terribile maledizione sui mongrandesi: «Camminerete sempre sull’oro, ma non riuscirete mai più a trovarlo». E così fu. Da allora, a Mongrando non venne più rinvenuta neppure una traccia del prezioso metallo.
     

Analizzando il contenuto di queste leggende risulta evidente come esse si presentino come veri e propri racconti di vita vissuta, non come apparizioni fugaci tipiche degli esseri del Piccolo Popolo. Esse parlano di persone pacifiche e gioviali, esperte nella lavorazione dell’oro, perfettamente umane se non per quello strano dettaglio dei piedi palmati. Caso singolare nel mondo del folclore, a giocare la parte dei malvagi sono i paesani.
Come per la maggior parte delle tradizioni alpine, gli studiosi ritengono che anche in questo caso le storie dei “pè d’oca” possano custodire la memoria di divinità o spiriti della natura legati a culti celtici o preceltici connessi all’acqua, alla terra e alla fertilità. Roberto Gremmo, appassionato scrittore e ricercatore biellese che da anni si occupa di queste tematiche, è convinto che esista una comune matrice culturale risalente addirittura alle popolazioni megalitiche che per prime civilizzarono l’Europa occidentale. (4)  
Resta il fatto che in nessuna mitologia esistono esempi di creature con i piedi palmati.
L’enigma è certamente intrigante per un Ricercatore dell’Insolito.
Sono sempre stato convinto che nulla nasca dal nulla e che quando ci si trova in un vicolo cieco occorra affrontare il problema cambiando radicalmente il paradigma di riferimento, espandendo la prospettiva ed ampliando visione ed orizzonte.
L’accostamento di quelle strane genti all’estrazione dell’oro, che per altro non è cosa che deve sorprendere in questa zona segnata dalla presenza del più prezioso dei metalli fin dal 2000 a.C., potrebbe forse essere la chiave che ci permette di proporre una singolare interpretazione innovativa. 
Nell’antichità, i detentori delle conoscenze dell’arte metallurgica costituivano vere e proprie classi privilegiate che vivevano separate dalla comunità e custodivano gelosamente i loro segreti. I loro membri apparivano semi-divini al popolo che li avvicinava con timore, credendoli padroni di un potere magico che permetteva loro di trasformare i metalli, fare l’oro e modellare la folgore a loro talento. 
I metodi di estrazione e fusione erano volutamente avvolti da un’aura di mistero proprio per palesare lo status superiore del clan di fronte al resto della collettività. I riti nei quali il fuoco, principale agente nella metallurgia, svolgeva un ruolo principale erano celebrati in luoghi appartati con danze frenetiche al fracasso di cimbali, tamburi e terribili urla. 
Possiamo immaginare che i meccanismi legati a quelle specifiche caratterizzazioni sociali fossero gli stessi anche presso i Victimuli (popolo celto-ligure, il cui nome era formato molto significativamente dalle radici vic/ik, punta acuta o scalpello, e mul/mol, monte) che per primi scavarono l’oro in queste terre. Ancor più interessante è scoprire che, secondo alcuni studiosi, il loro nome non sarebbe stato quello di una tribù, ma avrebbe indicato il mestiere di minatore esperto nell’estrazione e lavorazione dell’oro. I Victimuli sarebbero stati, cioè, proprio uno di quei gruppi d’élite detentori di quell’arte ritenuta di origine divina.
Secondo alcuni storici locali, all’arrivo dei Romani nel II secolo a.C., i Victimuli, creatori di quella superba civiltà mineraria alpina, come ebbe a dire l’autorevole geologo Teresio Micheletti (5), si rifiutarono di sottostare ai conquistatori e si rifugiarono nelle parti meno accessibili del biellese montano. A conferma della loro tenace, non violenta opposizione agli invasori, un'altra leggenda locale vuole che essi fecero un’enorme statua a forma di cavallo fondendo tutto l’oro che possedevano per poi sotterrarla nel punto più alto della Bessa per impedire che i colonizzatori se ne appropriassero. Inutile far notare che questa leggenda potrebbe allegoricamente rappresentare una conferma dell’entrata in clandestinità di quelle genti.
Sarà un caso, ma il nome del paese di Netro deriverebbe dal nome celtico “neostro”, ad indicare l’ultimo luogo di difesa delle popolazioni celto-liguri durante l'ultima lotta con i Romani. Storia e leggenda iniziano ad avere punti di contatto.
Considerando la possibilità, per nulla insensata, anzi direi alquanto verosimile, che alcuni di quei gruppi di irriducibili Victimuli siano riusciti a sopravvivere nascosti tra le montagne per lungo tempo, finanche all’inizio del medioevo, si sarebbe trattato di comunità fortemente endogamiche con una lingua tutta loro e rarissime unioni all’esterno dei suoi membri.  
Come le leggende raccontano, di tanto in tanto, magari per la necessità di procurarsi cibo, abiti, strumenti o forse anche per accoppiarsi, alcuni di loro scendevano dai nascondigli montani per accamparsi per un po’ di tempo accanto a qualche villaggio, per poi riscomparire velocemente in caso di controversie o litigi, magari utilizzando qualche mirabolante artificio tecnico.
È evidente che un approccio storico di questo tipo apre uno scenario completamente nuovo sulle tradizioni biellesi, permettendo forse di assegnare finalmente un’origine al mito, riconoscendo nel popolo dei “pè d’oca” i discendenti di quei Victimuli che decisero di isolarsi dal resto delle comunità. 
E i piedi palmati? Forse erano una caratteristica naturale. La segregazione prolungata avrebbe, infatti, potuto favorire all’interno dei gruppi familiari chiusi una maggiore diffusione di malformazioni ereditarie, come la sindattilia, una condizione congenita in cui dita di mani o piedi risultano fuse o unite da membrane. 
I “piedi palmati” delle leggende potrebbero quindi essere null’altro che la trasfigurazione fantastica di una cruda realtà biologica. 
Gli uomini hanno da sempre cercato di interpretare le cause ed il significato della nascita di creature imperfette o mostruose classificandole, a seconda dei periodi storici, come divine, fantastiche, meravigliose, demoniache o terrificanti. Era generale convinzione che la potenza divina si esprimesse attraverso tali creature per ammonire, avvertire, aiutare o punire la collettività ed esse esaltarono sempre la fantasia del popolino.
Col passare del tempo gli eredi degli antichi ribelli si estinsero o si integrarono lentamente in nuove comunità, lasciando dietro di sé solo vaghi ricordi di incontri mitizzati colmi di bellezza, mistero, segreti, paure, meraviglia e oro. 
Quella che ho voluto presentare in questa nota non è che un’ipotesi di lavoro, ma mi ha talmente sedotto da spingermi a rappresentare nelle ultime due illustrazioni allegate le favolose “pé d’oca” non come creature irreali, ma come esseri umani, restituendole ad una loro possibile, dimenticata dimensione storica.

Note
1) Virginia Maioli-Faccio, “L’incantesimo della mezzanotte – il biellese nelle sue leggende”, Edizioni Ieri e Oggi, Biella, 1997.
2) Per chi volesse più informazioni in merito: Wikiloc | Percorso Roc delle Fate, Il sentiero dei Pe' d'oca | Facebook
3) Muzzano e la leggenda della Roccia delle Fate  06 febbraio 2011 - Testi e immagini preparati da Romano Marchetti: www.comune.muzzano.bi.it
4) Per approfondire questi argomenti consiglio i suoi due libri “I Misteri delle Alpi Biellesi” e “Il Biellese Magico e Misterioso”, pubblicati da Storia Ribelle (casella postale 292 - 13900 Biella).
5) Teresio Micheletti, “L'immensa miniera d’oro dei Salassi”, Stabilimento Tipografico Bramante, Urbania (PS), 1976.

Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 10 gennaio 2026

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