L’enigmatico simbolismo del santo con la testa di cane
Roberto D’Amico
Per quanto possa oggi sembrare strano, fino alla fine del medioevo l’esistenza dei Cinocefali,
mitico popolo di esseri con corpo umano e testa di canide, era considerata una
possibile realtà. Già nel mondo classico, vari autori latini e greci li avevano descritti con
nomi diversi collocandoli nei luoghi più remoti dell’immaginario estremo-oriente del mondo allora
conosciuto, dall’Etiopia alla Persia e all’India. Ne parlarono, tra
gli altri, Ctesia di Cnido (IV sec. a.C.), Esiodo, che è la fonte greca più
antica (VIII-VII sec. a.C.), Strabone, Plinio il Vecchio e Tertulliano.
Nel medioevo i Cinocefali vennero catalogati insieme
ad altre stravaganti popolazioni mostruose (quali gli Sciapodi, i Blemmi, i
Ciclopi, gli Ippopodi) in trattati quali il “Liber monstrorum de
diversis generibus” (VIII sec.) come abitanti di terre orientali
lontane e sconosciute, ritenute contigue al Giardino dell’Eden.
Paolo Diacono nella sua “Historia
Langobardorum”, della fine dell’VII secolo, affermò che per intimorire
gli avversari i Longobardi alimentavano la diceria di avere tra loro dei feroci
guerrieri Cinocefali e un secolo più tardi il monaco benedettino e teologo Ratramnus
Corbeiensis, nella lettera “Epistola de Cynocephalis”, sostenne che
essendo parte della creazione essi dovevano essere considerati figli di Dio al
pari degli esseri umani.
Il chierico Hyon de Narbonne, in una lettera della metà del XII secolo indirizzata
all’arcivescovo di Bordeaux, riportò che durante l’assedio di Wiener Neustadt i
Tartari avevano tra le loro file dei Cinocefali a cui davano in pasto i corpi
sezionati dei prigionieri e Nel 1298 Marco Polo nel suo “Il Milione”, descrisse
gli abitanti dell’isola di Angaman (Andamane) come bestie selvagge con corpo di
uomini e testa, denti e naso di grandi mastini e persino Cristoforo Colombo, due
secoli dopo, mentre si trovava a Cuba, sentì parlare di cannibali con muso di
cane e lo annotò senza minimamente stupirsene.
Manoscritti della
chiesa armena del XV secolo parlano dei Cinocefali come una delle razze
incontrate dagli Apostoli e li mostrano comunemente nelle immagini della
Pentecoste e in molte altre ancora. La più celebre di queste rappresenta una
scena in cui barbari dalla testa di cane circondano e minacciano Cristo. (1)
Cinquecento anni
fa, dunque, nessuno considerava assurda l’idea
dell’esistenza di una simile razza, neppure le varie Chiese cristiane. Non sono
in molti a sapere, però, che c’è stato addirittura un santo appartenente a quella mostruosa genealogia la
cui storia è durata per ben dodici secoli: San Cristoforo Cinocefalo.
Un santo
cristiano con la testa di cane genera un comprensibile, incredulo stupore e
rappresenta indubbiamente un avvincente enigma storico/religioso ed un ideale oggetto
di ricerca per un appassionato del Mondo dell’Insolito.
La storia/leggenda di questo Santo dalla testa
canina è stata per molti secoli materia di disputa dottrinale tra Ortodossi e
Cattolici. In
effetti, esistono due diversi San Cristoforo: quello ortodosso (è nota
l’esistenza di una chiesa a lui dedicata nella Bitinia anatolica nel 452 d.C.) e
quello cattolico.

Per gli Ortodossi, San Cristoforo, il cui
vero nome era Reprev, era un guerriero cinocefalo, gigante e cannibale. San Dimitri
di Rostov, venerato dalla Chiesa russa, nella sua imponente raccolta in dodici
volumi “La vita dei santi” (1684-1705) scrive che Reprev si recò in Nord
Africa per chiedere a Dio di concedergli il dono della parola. Il Signore lo
accontentò e così l’uomo-bestia si convertì al cristianesimo. La notizia giunse
alle orecchie dell’imperatore romano Gaio Messio Quinto Traiano Decio che ordinò
di arrestarlo e condurlo in Antiochia al suo cospetto. Reprev venne catturato, ma durante il lungo viaggio
verso Antiochia iniziò a compiere miracoli: trasformò un bastone secco in un
grande albero per ripararsi dal sole cocente e moltiplicò i pani per sfamare se
stesso e i soldati che lo accompagnavano, i quali, di fronte a quei fatti, si
convertirono immediatamente. Arrivati ad Antiochia, si recarono tutti dal
vescovo Babila per farsi battezzare. L’imperatore Decio fece così decapitare i
soldati, il vescovo e anche il cinocefalo divenuto cristiano.
La
Chiesa non ripudiò mai
ufficialmente il santo cinocefalo, ma cercò in ogni modo di trovare una spiegazione della
leggenda orientale, ad esempio affermando che Cristoforo fosse nato a Kinos Kefali,
in Tessaglia, e che, proprio a causa del nome di
quel villaggio, si fosse generata l’idea che egli facesse parte del popolo
dalla testa di cane. Un’altra versione avrebbe voluto il santo originario della Cananea
e che, per successivi errori di trascrizione, il nome latino di “cananeus” si
fosse poi mutato in “canineus”, generando l’errata attribuzione.
Della leggenda “occidentale” di San
Cristoforo esistono diverse varianti, a partire da quella della “Legenda
Aurea”, scritta nel 1260 dal frate Jacopo da Varazze. Per questa
nota ho deciso di riprendere la versione riportata sul sito “Vatican
News” (2): “L’immagine
più frequente di San Cristoforo raffigura un gigante barbuto che porta su una
spalla Gesù Bambino, aiutandolo ad attraversare le acque di un fiume; Gesù
Bambino regge sulla punta delle dita il mondo, come se giocasse con una palla. Questa
immagine risale ad una delle leggende agiografiche più note relative al Santo
martirizzato il 25 luglio a Samo, in Licia. Secondo questa tradizione, il suo
vero nome era Reprobo, ed era un gigante che desiderava mettersi al servizio
del re più forte del mondo. Giunto alla corte di un re che si riteneva
invincibile, si mise al suo servizio, ma un giorno si accorse che il re, mentre
ascoltava un menestrello che cantava una canzone che parlava del diavolo, si
faceva il segno della croce. Gli chiese come mai e il re gli rispose che aveva
paura del diavolo e, così, ogni volta che lo sentiva nominare si faceva il
segno della croce per cercare protezione. Il gigante si mise allora alla
ricerca del diavolo, che giudicava più potente del suo re. Non gli ci volle
molto per trovarlo, si mise, così, a seguirlo e a servirlo. Tuttavia, un
giorno, passando per una via dove c’era una croce, il diavolo cambiò strada.
Reprobo gli chiese per quale motivo l’avesse fatto, e il diavolo fu costretto
ad ammettere che su una croce era morto Cristo e che lui davanti alla croce era
costretto a fuggire spaventato. Reprobo allora lo abbandonò e si mise alla
ricerca di Gesù Cristo. Un eremita gli suggerì di costruirsi una capanna vicino
ad un fiume dalle acque pericolose e di aiutare, grazie alla sua forza e alla
sua statura gigantesca, i viandanti ad attraversarlo; certo Cristo ne sarebbe
stato felice e forse un giorno si sarebbe manifestato a lui. Un giorno il
gigante buono udì una voce infantile che gli chiedeva aiuto: era un bambino che
desiderava passare sull’altra riva. Il gigante se lo caricò sulle spalle e
cominciò ad attraversare le acque tumultuose; ma più si inoltrava nel fiume,
più il peso di quell’esile fanciullo aumentava, tanto che solo con molta fatica
il gigante riuscì a raggiungere la riva opposta. Lì il bambino rivelò la
propria identità: era Gesù, e il peso che il gigante aveva sostenuto era quello
del mondo intero, salvato dal sangue di Cristo. Questa leggenda, oltre ad
ispirare l’iconografia occidentale, ha fatto sì che San Cristoforo fosse
invocato patrono dei barcaioli, dei pellegrini e dei viandanti.”
In Oriente il
culto del santo cinocefalo, dopo essersi propagato in tutto il mondo bizantino,
alla sua caduta sopravvisse per ulteriori tre secoli. Nel 1667, però, il “Sobor”, il Grande
Concilio di Mosca originato dallo scisma provocato dal patriarca Nikon, dichiarò
che San Cristoforo con il suo capo animalesco era “contrario alla natura,
alla storia e alla verità stessa” e con il Santissimo Sinodo del 1722, la
Chiesa Ortodossa ne vietò definitivamente ogni riproduzione e culto.
Quell’ordine non
venne però rispettato e la sua venerazione continuò in modo più o meno sotterraneo in
Grecia, Bulgaria e Romania fino al XIX secolo, testimoniando una profonda
radice culturale. È questo il motivo per cui oggi
è possibile ammirare moltissime icone e affreschi con le stupende immagini di questo santo martire dalla testa canina raffigurato come un essere
dall’imponente statura, spesso abbigliato con un’armatura di guerriero che regge
in mano una lancia, un ramo di palma o una croce ortodossa.
È
indubbio che nell’ambito del cristianesimo San Cristoforo Cinocefalo rappresenti
un’inspiegabile anomalia e che venga spontaneo domandarsi in
che modo possa essere nata l’idea di questo santo-bestia.
Sono convinto che la strada da seguire per rispondere a
questa domanda sia quella di cercare di recuperare l’essenza primitiva del suo
culto. Si potrebbe, per esempio, ipotizzare che per
facilitare la cristianizzazione della regione anatolica, nota per
essere stata da sempre un
crogiuolo di varie culture, sia stato giocoforza mantenere e sapientemente riutilizzare il
profondo radicamento popolare di elementi
connessi a precedenti divinità.
È
cosa nota che immagini, modelli e simboli utilizzati dalle varie religioni
raramente fossero originali. La potenza della fede è sempre risultata essere
più forte di ogni imposizione e così, ad ogni cambio di credo, una parte di
quello vecchio sopravviveva o veniva deliberatamente utilizzato per favorire
l’accettazione dei nuovi dèi. Talvolta la metamorfosi era voluta dai nuovi
sacerdoti per motivi politici ma, più spesso, era un fenomeno spontaneo che
seguiva percorsi sotterranei difficili da controllare: le credenze e le usanze
della gente comune.
Fu
così, ad esempio, che, sia nelle religioni politeistiche che nel caso di
sincretismi tra religioni diverse, figure divine in origine distinte finirono
per fondersi o furono considerate identiche e si sostituirono le une alle altre.
San Cristoforo Cinocefalo potrebbe essere proprio il risultato eclatante di un
simile processo teocrasico.
A questo proposito, sempre
sul sito “Vatican News”, ho inaspettatamente trovato un interessante
riferimento: “In Oriente San Cristoforo è in genere raffigurato con testa di cane,
come è testimoniato da molte icone conservate a San Pietroburgo e Sofia.
L’iconografia del santo cinocefalo secondo alcuni dimostrerebbe che si tratta
di un culto nato in ambito ellenistico-egizio, con un chiaro riferimento al
culto del dio Anubis; più plausibile e complessa sarebbe invece un’altra
ipotesi: Reprobo si sarebbe arruolato nell’esercito romano e si sarebbe
convertito al cristianesimo col nome di Cristoforo. Denunziato per la sua
attività di apostolato tra i commilitoni, e condotto davanti al giudice,
avrebbe resistito ad ogni tentativo di farlo abiurare e sarebbe stato infine
decapitato. Cristoforo, dunque, avrebbe “portato Cristo” nel suo cuore fino al
martirio, come l’asinello portò Cristo a Gerusalemme il giorno delle Palme. Per
questa ragione in Oriente si sarebbe inizialmente diffusa l’abitudine di
raffigurare Cristoforo con una testa d’asino, che si sarebbe poi mutata in una
testa di cane. Si tratterebbe perciò di una iconografia interna al
cristianesimo, senza alcun rapporto con culti pagani.”
In effetti, il primo che
avanzò l’ipotesi di una possibile derivazione di San Cristoforo Cinocefalo da
un culto ellenistico-egizio, all’inizio del ‘900, fu Pierre Saintyves, pseudonimo
di Emile Nourry, scrittore, libraio e editore parigino, padre dell'etnografia
francese, riconosciuto caposcuola degli studi europei sul folclore e Presidente
della Società degli Antropologi francesi. Questo erudito ed eterodosso studioso scrisse
tantissimi libri nei quali, analizzando e comparando le varie mitologie del
mondo occidentale, da quelle scandinave a quelle egizie, cercò di dimostrare la
sopravvivenza dei poteri e delle virtù degli dèi pagani nei santi cristiani.
Al nostro santo, Saintyves dedicò addirittura una delle sue
opere, “Saint Christophe, successeur d’Anubis,
d’Hermès et d’Héraclès” (3), dove troviamo
scritto: “La corrente iconografica che va da Anubis a Cristoforo, passando per
Ermes e Eracle, Ermanubis e Erculanubis, ci sembra considerevole e ci permette
di affermare con assoluta certezza che le immagini di Cristoforo derivano da
questa vasta corrente pagana e che hanno a turno preso in prestito da Ermes e
da Eracle il bambino divino, da Eracle e da Anubis la palma o l’ulivo, infine
da Anubis la testa di cane e il costume militare.” E ancora: “Il nome stesso Cristoforo è forse
una trasposizione del nome egizio del dio che i greci tradussero con
l’espressione Osiris-Apherou e che i cristiani
alessandrini, che sostituirono Osiride con Cristo, vollero tradurre a loro
volta con Christ-Apherou, da
cui è derivato Christophoros.”
I libri eretici di Saintyves crearono grande sconvolgimento nel mondo cattolico dell’epoca,
tanto che Pio X non ne permise mai la pubblicazione. Il fatto, dunque, che oggi
la Chiesa ne parli, dimostra che, in un secolo, qualcosa è cambiato e, chissà,
forse fra altri cento anni, la sua visione si amplierà ulteriormente.

Nel 1969
Paolo VI, durante il Concilio Vaticano II, rimosse San Cristoforo, insieme a
molti altri santi, dal Calendario Liturgico, con la giustificazione che non vi fossero
prove sufficienti della sua reale esistenza, confermando indirettamente che, in
realtà, egli fosse un’invenzione. Invenzione, aggiungo io, necessaria come
esigenza pratica per rendere plausibile quel santo ibrido uomo-bestia,
artificiosamente umanizzato solo dopo molti secoli in Occidente, che probabilmente
altro non fu che l’anello finale di quella corrente iconografica pagana di cui
parlava il Saintyves. Corrente che potrebbe essere fatta risalire ancora più
indietro nel tempo, considerando che lo stesso Anubi (uso qui il nome egizio non
grecizzato) venne a sua volta sincreticamente
assimilato al dio Upuaut (4)
con testa di lupo, uno dei più
antichi dèi venerati in Egitto, chiamato
"Colui che apre le strade" ai defunti nell’Aldilà.
L’origine egizio-ellenistica
di San Cristoforo Cinocefalo è argomento affascinante che andrebbe certamente
approfondito, ma non è questa la sede per farlo. È, tuttavia, indubbio che la figura
del santo cristiano non dovette essere solo figurativamente somigliante alle
precedenti divinità con testa di canide, ma racchiudere simbologie dal significato
profondo che il popolo gli assegnava e riconosceva e delle quali i nuovi
ministri del culto cristiano si appropriarono. Egli non ha nulla da spartire con la razza dei leggendari Cinocefali, ai
quali è stato solo molto più tardi associato, è un simbolo religioso di
antichissima origine.
Se
di Ermanubis, divinità alessandrina venerata in Egitto nel periodo tolemaico e
romano e nella stessa Roma fino al II secolo, sappiamo che derivò dal
sincretismo tra il dio greco Ermes e quello egizio Anubi, la filiazione di San
Cristoforo Cinocefalo da Anubi ed Ermanubis resta un’ipotesi da provare.
Esistono
tuttavia molte indicazioni che, se lette nel giusto modo, potrebbero
sostenerla.
Ad
esempio, per molti l’accostamento tra le tre figure potrebbe essere riconducibile
alla comune funzione di “traghettatori”, di “guide di anime” di “ponte” fra
il mondo dei vivi e quello dei morti nel quale il defunto rinasceva a nuova
vita, per le due divinità psicopompe, fra la morte spirituale e la rinascita nella vera
fede, per San Cristoforo.
Inoltre,
un’iscrizione dedicata ad Anubi, datata I sec. d.C., rinvenuta a Kios, proprio
nella Bitinia dove sorse la prima chiesa dedicata al santo cinocefalo,
documenta in modo inequivocabile la presenza delle religioni misteriche egizie in
quel mosaico religioso sincretico che fu l’Anatolia, romana prima e bizantina
poi.
Concludo ricordando che San Cristoforo
racchiuderebbe, tra l’altro, anche un retaggio di culti pagani legati al moto
astronomico della stella Sirio della Costellazione del Cane. Significativamente
la chiesa d’Oriente festeggiava San Cristoforo il 9 maggio, mentre quella
cattolica, prima della sua abolizione, lo celebrava il 25 luglio, date che
corrispondono rispettivamente al tramonto e al sorgere di Sirio. Davvero singolare scoprire
che la religione egizia identificasse con Anubi la Costellazione del Cane ed in
particolare la stella Sirio.
Note
1) Immagine tratta
dall’articolo di Jonathan Pageau “Come comprendere l'icona di san Cristoforo
dalla testa di cane” pubblicato sul sito
Parrocchia ortodossa -
Documenti.
3) Pierre Saintyves, “Saint
Christophe, successeur d’Anubis, d’Hermès et d’Héraclès”, Les Èditons Emile
Nourry, Paris,1936. Il libro è reperibile anche in versione
italiana: “Dal santo agli dèi. San Cristoforo, successore d'Anubi, di Ermes e
di Ercole”, Eleusi Editore, 2012.
4)
Upuaut, o Wepwawet, era
rappresentato, come Anubi, tanto in forma animale che con corpo umano e testa
di canide. Le due divinità erano praticamente indistinguibili l’una dall’altra.
Upuaut era venerato nella città di Licopoli (città dei lupi), Anubi nella città
di Cinopoli (città dei cani).
Recenti studi
hanno dimostrato che definire la testa di Anubi di sciacallo non ha alcun
fondamento zoologico, riconoscendola come quella di un lupo grigio africano. In
realtà, tutti concordano sul fatto che queste divinità avevano
caratteristiche che erano un incrocio tra quelle del cane, dello sciacallo, della
iena, della volpe e del lupo, animali del deserto dall'aspetto simile.
Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 05 febbraio 2026.
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