Hormuz, la guerra fa riaffiorare dalle nebbie della storia un dio millenario

Roberto D’Amico
 

In questi ultimi mesi lo stretto di Hormuz, uno dei crocevia strategici del mondo moderno, è divenuto centro di disputa e combattimenti nella guerra in atto contro l’Iran.  Il suo nome è quotidianamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma non molti sono a conoscenza che quello che rappresenta uno dei nodi principali dell’odierno conflitto che coinvolge Ebrei, Cristiani e Mussulmani porta il nome di una millenaria divinità solare che è forse stata all’origine di tutte e tre le cosiddette Religioni del Libro.
Quello che storicamente sappiamo è che Hormuz era il nome di una famosa città commerciale sita sulla costa occidentale persiana del golfo, probabilmente nei pressi del fiume Mīnāb, che a partire dall’XI secolo divenne la capitale di un Regno omonimo.  A causa delle frequenti incursioni dei Mongoli, verso il 1300, la città venne spostata prima sull’isola di Kīsh, per sistemarsi poi definitivamente sull'isola di Jarūn, che da allora assunse il nome di Hormuz. Marco Polo così la descrisse nel Milione: “Quivi vengono d’India per navi tutte ispezie e drappi d’oro e le portano i mercatanti per tutto il mondo”.
Tra il 1507e il 1622 fu dominio dell’impero portoghese (di quel periodo possediamo le prime approssimative rappresentazioni cartografiche dell’isola).
La conquista anglo-persiana del 1622 segnò una svolta fondamentale nella storia della regione, aprendo la strada a una crescente influenza delle potenze europee. 

 

Ma il nome Hormuz appartiene ad un passato molto più lontano e scomparso, al tempo in cui la vastissima regione, con una popolazione stimata tra i 35 e gli 80 milioni di persone, aveva un’unica grande religione principale: il Mazdaismo (o Zoroastrismo). Essa fu, per lungo tempo, religione di stato prima dell’invasione araba, ed è rimasta una presenza significativa nel panorama iraniano ancora fino al IX secolo della nostra era.
L’etimologia di Hormuz che, nella pronuncia del medio persiano, era Ohrmazd, o Hourmazd, richiama proprio quel periodo, e viene fatta risalire ad Ahura Mazda, il dio supremo del mazdeismo, la religione per la quale il fuoco rappresentava la luce della verità, la purezza e la conoscenza.
Ahura Mazda, il cui nome significa “Signore della Sapienza”, non era quindi un dio oscuro o distante, ma un principio luminoso. Non era un dio tra gli altri, ma il principio stesso dell’ordine, della luce e dell’intelligenza cosmica, egli era la fonte di tutto ciò che è vero, giusto e armonico, in opposizione alle forze del caos e della menzogna. Lo conosciamo nella sua rappresentazione iconografica del Faravahar, o Fravasay, sotto forma di una figura barbuta in un disco solare alato, unione tra divino e umano. 

 

 

Lo Zoroastrismo venne probabilmente fondato tra il VII e il VI secolo a.C. dal profeta Zarathustra (Zoroastro), il cui nome significa “Splendore dell’oro”. Vi sono, tuttavia, numerose discordanze tra gli autori classici. Xanto di Lidio, ad esempio, ne pone l’età a seicento anni prima della guerra di Troia, Ermippo ed Eudosso a sei o settemila anni prima della morte di Alessandro, Plinio a mille anni prima di Mosè, Aristotele a settemila prima di Platone. Sembra, però, che la tradizione dei Parsi stabilitisi in India nell’VIII secolo per sfuggire alla sistematica repressione islamica sia la più attendibile.
Nonostante le nebbie della storia e le molte esagerazioni, è indubbio che alla mitica figura di Zaratustra, nella quale leggenda e realtà si fondono inestricabilmente, si debba attribuire il merito di aver gettato le basi del monoteismo.
Per la prima volta viene avanzato il concetto di Paradiso come luogo di delizie che prende il nome di Eiren (l’Eden biblico?). Il Dio del Male, Angra Mainyu o Arimane, viene rappresentato mediante un serpente che i Magi persiani chiamano l’“Astro Serpente”. Nel Vendidad, una delle parti dell’Avesta (l’insieme dei libri sacri della religione mazdea), Ahura Mazda avvisa il principe Yima di una prossima devastazione ed inondazione della terra e gli ordina di costruire un grosso recinto entro cui far entrare coppie di ogni specie vivente.
L’analogia con i racconti della Bibbia è evidente. Un’altra ancor più sorprendete analogia è quella dell’aureola, considerata manifestazione divina del fuoco, che circonda il capo di Zarathustra e dei sacerdoti zoroastriani.
Purtroppo, nel giro di qualche secolo, a seguito delle persecuzioni dei mussulmani, di quel mondo rimase poco: i Templi del fuoco vennero distrutti, le Torri del Silenzio abbandonate. Ai fortunati che riuscirono a non essere uccisi venne concesso di abbracciare l’Islam o vivere ai margini della società, pagando una tassa, privati di ogni diritto e trattati come esseri impuri, soggetti a regole umilianti. Molti decisero di lasciare la Persia e si trasferirono presso i loro fratelli di credo in India. 
A questo punto non posso fare a meno di citare Jane Dieulafoy, un misto di avventuriera, archeologa, esploratrice e scrittrice francese che, fra il 1881 e il 1882, col marito Marcel e abbigliata da uomo, compì un viaggio a cavallo di seimila chilometri attraverso il vasto territorio persiano. (2)
Jane, registrò su un diario non solo incontri, monumenti e descrizioni paesaggistiche di quei quattordici mesi di viaggio, ma anche attente osservazioni sull’ambiente e sulla società persiana. I suoi appunti vennero pubblicati a puntate sulla rivista “Le Tour du monde” tra il 1883 e il 1886. Una monografia completa sarà poi edita nel 1887 da Hachette a Parigi con il titolo “La Perse, la Chaldée, la Susiane”, corredata da ben 336 incisioni, che rappresenta una testimonianza unica ed eccezionale di quel variegato paese a proposito del quale sarebbe stato utile che molti avessero letto anche oggi. (3) 

 


Uno dei capitoli più belli riguarda la popolazione dei Guebri (o Gebri), come venivano chiamati gli zoroastriani persiani dopo la conquista islamica. Si tratta di un documento eccezionale che descrive la miserrima condizione e la grande dignità degli ultimi sopravvissuti di una stirpe gloriosa.
“.. circa ottomila Guebri, - scrive la Dieulafoy – quasi tutti rifugiati a Yazd, città chiamata col nome di “Città della luce”, praticano la vecchia religione di Zoroastro. Aiutati dai loro numerosi correligionari dell’India gestiscono scuole e finora sono sfuggiti all’odio dei mussulmani grazie ad una lettera di Alì in cui il genero di Maometto promette loro la sua protezione. Sono autorizzati a portare i loro morti agli uccelli da preda, ma non possono esercitare il loro culto all’aperto, cavalcare in città e portare abiti intatti.
Laboriosi e intelligenti, i Guebri hanno una morale pura, sono monogami; le loro figlie e le loro donne vivrebbero a viso scoperto se le leggi religiose della Persia tollerassero questa infrazione ai costumi mussulmani. Il loro rispetto per la verità e la loro onestà commerciale li distinguono dai loro compatrioti. Queste virtù, ben rare in Oriente, hanno permesso loro di accaparrarsi tutto il commercio delle province del sud-est.
La religione che professano ancora al giorno d’oggi è una forma imbastardita di un culto forte antico che derivava dalle antiche credenze ariane come ce le fanno conoscere i testi sacri dell’India. I Medi furono principalmente dualisti; I Persiani, almeno sotto i loro primi re, rimasero monoteisti, nel senso che il principio del male fu sempre sacrificato allo spirito del bene; essi riconoscono un Dio supremo, immutabile, universale, circondato da una pluralità di attributi suscettibili di prendere una vita propria e indipendente. Le leggende attribuiscono al profeta Zoroastro l’onore di aver stabilito la religione mazdea presso i Medi.”
Il nome di quella gente derivava dal persiano Gabr, che a sua volta proveniva forse dall’aramaico Gabbara che significa “infedele” o “non credente”, ed è assai indicativo della loro condizione.  
Dal tempo dalla Dieulafoy poco è cambiato. Tuttavia, questa minoranza religiosa chiusa e tradizionale, ridotta a poche decine di migliaia di persone (4), non è scomparsa.  Esistono ancora diverse comunità concentrate soprattutto nelle città di Yazd, Teheran e Kerman.  Nel Tempio di Yazd, che è ancora il centro più importante dei seguaci di Zoroastro, il fuoco più sacro nello Zoroastrismo viene tenuto acceso ininterrottamente dal 470 d.C., anno in cui venne acceso dal re persiano Peroz I durante l’Impero Sasanide.
Non si tratta quindi di una tradizione estinta, ma di una presenza viva, se pure fragile e fortemente discriminata anche se ufficialmente gli zoroastriani hanno un loro rappresentante fisso nel Parlamento iraniano e sono riconosciuti e tutelati dalla Costituzione del 1979.
Essi rappresentano un’importante memoria vivente, rappresentando un ponte con un glorioso passato remoto e dimenticato. Sono gli ultimi eredi della grande tradizione religiosa autoctona dell’Iran preislamico: la Persia della luce sacra, del fuoco eterno, dell’ordine cosmico. Il loro dio, Ahura Mazda è tuttora l’espressione di un’idea universale che attraversa le civiltà e i secoli. 

 

Purtroppo, lo Stretto di Hormuz non è oggi tenuto dai seguaci di Zoroastro, ma dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione Islamica, ma mi piace pensare che in questo momento il Destino abbia voluto far riaffiorare dalle nebbie della storia il nome di quel dio millenario, “Signore della Sapienza”, per illuminare e riportare tutti sulla retta via. Forse era scritto che la potenza insita nel nome Hormuz, che si libra alta su quella delle divinità da esso derivate, dovesse aiutarci a porre fine ad una guerra insensata.
Per altro, la particolarità dei Simboli è proprio quella di continuare a sopravvivere nei modi più impensati in attesa di qualcuno che sarà in grado di riconoscerli e perpetuarne la trasmissione. Spesso li abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, li assorbiamo in modo subliminale ma non siamo in grado di “leggerli”.
Non dobbiamo quindi stupirci, ad esempio, di scoprire che il marchio della casa automobilistica giapponese Mazda venne scelto nel 1934 con una precisa scelta strategica sfruttando un’assonanza diretta che univa il nome di Ahura Mazda con quello del fondatore, Matsuda, la cui pronuncia in giapponese è molto simile a Mazda. La compagnia, parlando della sua storia, spiega che il nome della divinità suprema del Mazdeismo fu scelto per simboleggiare l’ascesa della civiltà e del progresso (dei quali in quegli anni l’automobile era l’emblema) e la ricerca della perfezione che incarnavano la filosofia aziendale. Lo stesso logo in uso oggi, che venne introdotto all’inizio del 1997 e che molti identificano erroneamente con una “M” stilizzata, fu concepito proprio per richiamare figurativamente ali spiegate e sole in un cerchio di luce. (5)
Ahura Mazda è ancora tra noi… 

 

Note
1)     Quella vastissima area comprendeva territori che oggi sono parte di Arabia Saudita, Iraq, Azerbaigian, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Afganistan e Pakistan
2)    Tra il 1884 e il 1886, Jane e Marcel fecero importantissime scoperte archeologiche nella città di Susa. Spedirono a Parigi oltre 400 manufatti, tra i quali il “Fregio dei Leoni” e il “Fregio degli Immortali” vennero esposti al Louvre in due sale speciali a loro intitolate inaugurate il 20 Ottobre 1886. In quella occasione Jane venne insignita della Legion d’Onore.
3)    Nella mia biblioteca conservo gelosamente un’edizione di pregio di una ristampa anastatica di quel tomo voluminoso, pubblicata nel 1989 da Sahab Geographic & Drafting Institute che ho acquistato a Theran durante uno dei miei viaggi in Iran.
4)      Secondo il censimento ufficiale iraniano del 2011 gli zoroastriani in quell’anno erano 25.271.
5)      Si veda ad esempio  La storia del logo Mazda
  1. Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 1 maggio 2026.

 

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