I segreti del “Bricco dei
Mille Occhi” di Pocapaglia
Roberto D’Amico
Recentemente mi è capitato di passare dalle
parti di Bra quando ad un certo punto lungo la strada ho notato un cartello
stradale con l’indicazione “Strada Sabecco”. In un istante, come per magia, quel
nome ha risvegliato in me ricordi che ormai custodivo seppelliti nella memoria.
Mi sono improvvisamente rivisto ragazzo, in giro per quelle colline alla
ricerca di qualche indizio sulle antiche leggende riguardanti il “Bricco dei
Mille Occhi”. Era il 1976, esattamente cinquant’anni fa. Strana coincidenza. Ho pensato che potesse
essere un segno del destino.
Fermata la macchina sul ciglio della strada
in un punto panoramico, ho cercato con lo sguardo qualcosa che mi potesse sembrare
familiare, ma le immagini che conservavo di quel viaggio erano ormai troppo
sbiadite. Inoltre, il paesaggio non era sicuramente quello che mi si parava
davanti nel 1976. Poco doveva essere rimasto del panorama di allora, quando le
colline erano ancora per lo più ricoperte da fitti boschi, la campagna era
ancora campagna, costellata da poche cascine i cui nomi fungevano da riferimenti
topografici sulle carte dell’Istituto Geografico Militare 1:25000, disegnate a
mano con una accuratezza estrema. Sabecco
era proprio il nome di una di quelle cascine. Ecco perché lo ricordavo.

Non ho potuto fare a meno di compiere una
rapida ricognizione della zona intorno al “Bricco”, ancora riconoscibile
nonostante sia ormai praticamente circondato da abitazioni. Ho persino avuto la
fortuna di riuscire a scambiare qualche parola con una gentilissima coppia
pocapagliese, lì residente da sempre, che con piacere ha voluto condividere con
me qualche ricordo personale. Una mezz‘ora davvero ben spesa.
Non appena rientrato a casa, ho subito messo
a confronto la vecchia carta dell’IGM con la mappa satellitare di Google Maps
che, affiancate, confermarono in modo evidente che stavamo guardando due epoche
assai distanti tra loro. Tra l’altro, su Google Maps è scomparso ogni
riferimento al “Bricco dei Mille Occhi”, ben evidente invece sula carta dell’IGM.
Nel tempo sono sorti agglomerati residenziali, industrie, grandi serre e la
frazione di Pocapaglia “America dei boschi” (1) è arrivata a lambire proprio il
nostro “Bricco”.
Per curiosità, come ormai faccio per abitudine,
sono inoltre andato a vedere quali informazioni si potessero trovare oggi sul
WEB, scoprendo con mia grande sorpresa che l’unico riferimento al “Bricco
dei Mille Occhi” era un breve post del maggio 2016 sulla pagina Facebook di
“Bra sotterranea” a firma di Anna Fanigliulo e corredato con fotografie di
Davide Lanzon. (2) Nulla prima e nulla
dopo, e sono già passati dieci anni.
Anche se mi ha fatto piacere scoprire che ci
fosse comunque ancora qualcuno che aveva continuato a mantenere vivo il mito,
quell’unico post era la triste dimostrazione che quella leggenda si stava perdendo.
Ho così deciso di scrivere questa nota per cercare
di mantenerne vivo il ricordo e chissà, magari, accendere in qualche
ricercatore più giovane la voglia di indagare.
Difficile oggi immaginare quanto, cinque
decenni fa, le informazioni fossero difficili da reperire. Io avevo letto
menzioni di quella bizzarra leggenda su un paio di libri e avevo trovato il
nome di quel luogo leggendario riportato proprio sul mio grande foglio
dell’IGM. Era tutto ciò di cui disponevo
ma allora, da giovane e incosciente Ricercatore dell’Insolito, non mi serviva
altro per spingermi a gettarmi verso una nuova avventura esplorativa. Quella
gita, come spesso accadeva, si rivelò infruttuosa. Non riuscii ad individuare che
qualche vecchio mattone, ma alla fine scrissi lo stesso un articolo nel quale
riportai tutte le informazioni che ero riuscito a raccogliere (3). Ad esso mi
sono rifatto per scrivere questa nota.
“Bric Mileui”, come lo hanno sempre
chiamato i contadini della zona, tradotto in italiano con “Bricco dei Mille
Occhi” (4), è un basso colle di vaga forma troncoconica
appiattita situato nel comune di Pocapaglia, simile per morfologia e per
costituzione a molti degli altri colli del Roero. Intorno ad esso, però, nel
corso dei secoli sono nate molte strane storie popolari che generano in chi le
ascolta un senso di mistero, stupore, dubbio e incredulità.
.jpg)
La più nota tra queste tradizioni, forse
anche la più antica, vuole che un tempo qui abitassero uomini giganteschi,
mostruosi, selvaggi e disumani, muniti di un numero non ben precisato di occhi
(chi dice “molti” occhi, chi dice due occhi in fronte e un terzo nella nuca,
chi dice un occhio solo in mezzo alla fronte). Questi “Mileui”, o “Mille
Occhi”, da cui è poi derivato il nome del colle, che sembrano riecheggiare
i mitologici Ciclopi, a causa della loro statura e della loro forza erculea
erano praticamente invincibili. Compivano razzie nelle campagne, rapivano i
bambini in tenera età per cibarsene e distruggevano i raccolti.
Fu San Secondo a mettere fine alle loro
crudeli scorrerie. Per punirli delle loro scelleratezze li uccise tutti e distrusse
il villaggio sotterraneo che era stato il loro covo. Per ricordare l’evento venne
eretta una piccola cappella a lui intitolata, dove un dipinto lo raffigurava in
modo insolito, con una spada in mano. Purtroppo, di questa costruzione non
resta più traccia e solo la toponomastica ricorda ancora la zona dove sorgeva
la chiesetta di San Secondo.
Il motivo principale della fama leggendaria
del “Bricco dei Mille Occhi” sono però i misteriosi sotterranei che si
celerebbero al suo interno, sulla cui origine si è tanto fantasticato, così
come sul loro ritrovamento.
I racconti in proposito sono molti, come
quello che narra di una contadinella che, mentre stava passando con la sua
vacca la vide ad un tratto sprofondare in una buca apertasi improvvisamente
sotto le sue zampe.
Durante le mie indagini di cinquant’anni fa,
in una trattoria, raccolsi io stesso da un anziano pocapagliese il resoconto di
una sua esperienza diretta relativa ad un sotterraneo, che riportai
integralmente nel mio articolo. Mi disse che da ragazzo si recava spesso a
giocare con i suoi amici al “Bric”, attirati dalle leggende che
sentivano raccontare dai loro genitori. Un giorno con alcuni compagni riuscì a
farsi breccia in una delle gallerie franate ed a scavare uno stretto passaggio.
Con una candela in mano, strisciando, percorse quel cunicolo a tentoni per
qualche metro e si trovò improvvisamente affacciato su una grande sala che
aveva al centro un grosso tavolo, intorno al quale c’erano alcune sedie, e
lungo le pareti delle enormi statue. Spaventato a morte uscì il più in fretta
possibile facendo segno ai suoi amici di scappare e non tornò mai più in quel
posto. Non saprò mai se questa storia fosse reale o inventata, ma allora mi
colpì l’evidente emozione che percepii mentre me la raccontava. Forse col tempo
l’aveva un po’ elaborata, aggiungendo particolari come le statue e le sedie, ma
mi convinsi che una camera sotterranea l’avesse davvero vista.
Per altro, durante la mia recente veloce ed
inaspettata visita la signora che ho incontrato mi ha raccontato di quando
negli anni ’70 suo padre si era calato in una cavità per salvare un cagnolino
che vi era caduto dentro e del quale si sentivano i disperati guaiti. Nei
pocapagliesi di una certa età, dunque, i ricordi esistono ancora!
Inutile dire che secondo la tradizione, tanto
per rincarare la dose, queste cavità sarebbero piene di favolosi tesori ed è
famosa la storia di un uomo che un giorno fu visto entrare in una piccola buca
aperta nel terreno e uscirne molte ore dopo portando due pentole di rame piene
d’oro.
Secondo la leggenda, si tratterebbe dell’oro
che i giganti “Mileui” possedevano in grande quantità e che rimase
all’interno della collina quando essi vennero sgominati da San Secondo.
Un’altra versione vuole, invece, che quel
tesoro sia stato accumulato in quei sotterranei da briganti e ladroni che qui
avevano il loro covo e vivevano assassinando e derubando i viaggiatori che percorrevano
l’antica strada che da Pollenzo conduceva a Torino Anche loro furono però costretti
ad abbandonare le ricchezze sottoterra.
In realtà, questa tradizione potrebbe avere
un qualche fondamento storico. Pare, infatti, che tra il XII e il XIII secolo
sulla vetta del colle sorgesse davvero un castello abitato da feudatari
guerrafondai e rapaci, probabilmente appartenenti alla famiglia De Brayda.
Questo feudo, le cui vestigia sono da tempo
scomparse ma che potrebbe forse spiegare la presenza di mattoni sulla collina,
viene menzionato negli antichi documenti con il nome di Ausabech (Alzabecco)
da cui derivò il nome la Cascina Ausabech o Sabecco.
Vale la pena soffermarsi sulla presenza di
sotterranei nei meandri del nostro “Bricco” in quanto, oltre agli inaffidabili
racconti popolari, esistono un paio di testimonianze che possiamo considerare “serie”.
Una di queste è dovuta al celebre ed insigne
studioso di cose piemontesi di inizio ’900, Euclide Milano, che ebbe modo di
osservare personalmente, in fondo ad una caverna, un pozzo profondissimo e
raccolse numerose testimonianze in proposito.
“Anni sono – egli scrisse – e
precisamente nel 1870, numerosi contadini dei dintorni presero a scavare da più
parti i fianchi del colle: trovarono una camera sotterranea di forma ovale e ne
asportarono tutti i mattoni, insieme con spranghe di ferro, utensili ed altri
oggetti, dei quali non potemmo sapere la fine”.
Lo scrittore Alberto Fenoglio, nel suo libro
“Scava e arricchisci” (5) riportò poi con minuziosità il resoconto di un’altra importante
visita all’interno del “Bricco dei Mille Occhi”, risalente al 1883, fatta
da certo ingegner Porzio. Questi, durante le sue ricerche trovò alla base della
collina nascosta da una frana, una galleria molto diversa da tutte le altre che
aveva già visitato. Nonostante il crollo parziale della volta vicino
all’entrata, quella galleria conservava ancora tratti del rivestimento
costituito da grossi mattoni che sembravano risalire all’epoca romana data la
speciale forma del laterizio. La supposizione del Porzio fu che probabilmente
la muratura mancante fosse servita nei secoli successivi come materiale da
costruzione per i paesani e che il suo asporto avesse indebolito le pareti e la
volta provocando i crolli.
Nel suo libro, il Fenoglio riportò anche una
piantina di questo sotterraneo, che l’ingegner Porzio aveva dettagliatamente descritto:
“Dopo un centinaio di metri di galleria perfettamente diritta con piccole
frane non pericolose, si ripeteva il tema di una grande sala a “cattedrale”
divisa in due navate da quattro grossi pilastri rinforzati da muratura. Alle
dipendenze della grande sala, a destra dell’entrata, con un breve corridoio, si
trovava un locale rettangolare dalle pareti parzialmente rivestite di mattoni
con un pilastro centrale di sostegno. Sul lato opposto queo dell’entrata, si
passava in un piccolo vano quadrato, al fondo del quale uno scavo lungo una
ventina di metri si interrompeva contro la parete tufacea. Dalla sala
rettangolare sul fondo a sinistra uno stretto corridoio portava ad un locale
piuttosto vasto con la volta sostenuta da pilastri, sul lato destro del locale
tra le colonne e la parete, si notava un abbassamento con forte gonfiore
centrale e larghe fessurazioni dovute alla massa soprastante.

A partire dall’entrata della sala centrale,
sulla sinistra, si sviluppava una grande stanza rettangolare dopo un corridoio
lungo una trentina di metri, nessun pilastro, la volta a botte, la prima di
tutto il complesso sotterraneo sosteneva il peso dalla massa sovrastante. Da
questa camera, si passava, dopo un breve corridoio, ad un vasto locale quadrato
con volta sostenuta da quattro colonne, le pareti erano rivestite di conci di
pietra squadrata tenuti assieme da ottima malta. Si notavano nella muratura
disposte ad intervalli regolari, delle nicchiette per lucerne.”
Indubbiamente, il resoconto dell’esplorazione
dell’Ingegner Porzio, accurato sino all’inverosimile, rappresenta un’attestazione
assai rilevante.
Alcuni hanno ipotizzato che questi presunti
sotterranei fossero adibiti ad oscuri riti iniziatici di un antico ordine
cavalleresco ma, come fece anche a suo tempo notare il Fenoglio, la mancanza di
segni graffiti sulle pareti, di altari od oggetti di culto sembra escludere che
si trattasse di un tempio.
La cosa più probabile è che fossero tratti di
cave romane, come affermava il Porzio, magari risalenti al periodo della
costruzione della vicina Pollentia e variamente riutilizzati dai paesani
nei secoli successivi. Si può fantasticare pensando che il nome “Mileui”
del Bricco sia derivato dal fatto che di notte dalle bocche delle aperture di quelle
cavità il popolino superstizioso e spaventato vedeva le luci tremolanti dei
fuochi all’interno, che da lontano potevano sembrare occhi di terribili creature
demoniache.
Per parte mia aggiungo infine che, pur se il
territorio era popolato dalle stesse popolazioni dei Liguri Bagienni, le
descrizioni in nostro possesso sembrano escludere che si possa trattare di antiche
sepolture simili all'Ipogeo della Casnea di Briaglia, che dista una quarantina
di chilometri, molto diverso per dimensioni, struttura e conformazione (peccato
però che il Porzio non ci abbia lasciato indicazioni sull’orientamento dei
sotterranei). (6)
Ero e resto convinto che le testimonianze del
passato non siano menzognere e credo che il “Bricco” conservi davvero al
suo interno dei sotterranei che oggi sarebbe facile indagare con rilevazioni dalla
superficie. Le interessanti fotografie
di Davide Lanzon allegate al menzionato post di “Bra Sotterranea”, dalle quali
ho estratto l’immagine allegata, dimostrano che forse qualche ingresso potrebbe
ancora essere accessibile. Spero vivamente che, prima che sia davvero troppo
tardi, qualche appassionato ricercatore riesca ad ottenere i permessi necessari
per eseguire i rilevamenti, provare l’esistenza di cavità sotterranee e svelare
finalmente questo secolare leggendario enigma.
Note
1. Si tratta di una suggestiva frazione rurale e
area boschiva nel cuore del Roero, rinomata per i paesaggi sulle Rocche e per vari
sentieri escursionistici e percorsi naturalistici. Lo strano nome sembra derivi
dal fatto che un tempo quella zona, che nella Carta dell’IGM era indicata come
Boschi, era percepita essere lontana come l’America…
2.
Esiste un luogo fantasioso e... - BRA
SOTTERRANEA. | Facebook
3.
Roberto D’Amico, “L’insoluto enigma del Bricco dei mille occhi”, CLYPEUS
n.45, settembre 1976.
4. Bric è il termine con cui sindica un colle, una
rupe, un poggio. La teoria più accreditata è che derivi dal provenzale
brich, ma alcuni ritengono che sia di origine celto-ligure o addirittura
ancora dal più antico mediterraneo brikka, rilievo dirupato, con
derivazione dal sanscrito brigu, precipizio.
5. Alberto Fenoglio, “Scava e arricchisci”,
Edizioni MEB, Torino, 1973.
6. Rimando
chi è interessato all’argomento al mio articolo “Le steli e l'ipogeo di Briaglia” pubblicato sul blog Mondo dell'Insolito
Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 6 marzo 2026.
Commenti
Posta un commento