Vita nello Spazio e spiritualità

Roberto D’Amico

 

Il successo della recente importantissima e storica missione spaziale Artemis II che, dopo oltre cinquant’anni ha riportato degli esseri umani a circumnavigare la Luna, è purtroppo stato offuscato dalla concomitante guerra in Iran.
Sommersi dal fragore degli eventi bellici sono stati anche i toccanti messaggi che gli astronauti hanno inviato lo scorso 6 aprile, nel momento in cui erano nel punto più lontano mai raggiunto da un essere umano (406.771 km dalla Terra), e le emozionate dichiarazioni che hanno rilasciato al loro rientro.
Cercando di condensarne il contenuto (ma invito chi non lo avesse fatto a leggerli o ascoltarli nella loro completezza) il comandante Reid Wiseman e i suoi tre compagni, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, hanno descritto la Terra come un "dono di Dio", una "navicella", un “luogo speciale creato per l'umanità”, sottolineando in vario modo l'unità dell'Umanità e invitando alla riflessione sulla fragilità del nostro pianeta.
Sono state parole di pace e di fede che hanno ancora una volta confermato il profondo impatto che il guardare il nostro pianeta come un puntino sperduto in una nera immensità ha sulla mente e sull’animo di un osservatore umano.
È un’esperienza profonda di interconnessione e meraviglia, in più casi definita come “un'intensa emozione che va oltre la scienza”, che tocca profondamente la spiritualità, non necessariamente legata ad una religione istituzionalizzata.
Osservare la Terra “dal di fuori” provoca in chiunque un cambiamento di prospettiva, un senso di unione col cosmo e riflessioni metafisiche. Viene chiamato “Effetto Panoramica” (Overview Effect), una visione d'insieme che cancella i confini mentali che noi abitanti di questo pianeta abbiamo innati in noi.
Rusty Schweickart (Apollo 9) descrisse questa sensazione come il sentirsi parte del Cosmo, mentre Edgar Mitchell (Apollo 14) parlò di una visione di unità che cambiò radicalmente la sua percezione della realtà.
Sono stati molti gli astronauti che hanno detto di aver subito una profonda trasformazione cognitiva e spirituale dopo le loro missioni. È come se i viaggi spaziali agissero da catalizzatore per esperienze di trascendenza in grado di favorire una profonda ricerca interiore ed un superamento dell’Ego, proiettandolo verso valori universali.
L'oscurità dello spazio e il silenzio assoluto portano ad una contemplazione dell'infinito e ad una connessione con un qualcosa di così grande da essere percepito come una "sacralità interiore" o “esperienza divina”, una profonda, quasi mistica connessione tra microcosmo (l’Uomo) e macrocosmo (l’Universo).
L’effetto sulle menti di vari astronauti è stato quello di averli avvicinati alla meditazione trascendentale o, comunque, a fargli intraprendere percorsi spirituali per mezzo dei quali riuscire ad elaborare la loro esperienza profonda. In tanti hanno cambiato la loro vita, grazie ad una visione più olistica del mondo e dell'umanità e si sono dedicati ad attività di tipo sociale o a tutela dell'ecosistema.
Avevo vent’anni quando il 20 luglio 1969 due astronauti statunitensi atterrarono per la prima volta sulla Luna. Per me fu come se fosse iniziato il futuro. Immaginavo imminenti colonizzazioni lunari e viaggi verso altri pianeti.  Ovviamente non avevo ancora capito che il mondo gira intorno a regole meno fantasiose. Prima o poi, quel futuro, che credevo di vedere in vita, si realizzerà, per necessità, per potere, per soldi e, ahimè in ultimo, per motivi scientifici. L’improvviso rinato interesse degli ultimi anni per Luna e Marte da parte di molte nazioni sembra proprio indicare che forse sia davvero giunto il momento.
Al di là dell’aspetto tecnico-scientifico, mi ha sempre affascinato proprio il lato spirituale delle missioni spaziali, conseguenza del fatto che gli astronauti non hanno potuto fare a meno di perpetuare con le loro azioni e con il loro coinvolgimento diretto, la ricerca del divino che è in tutti noi. La storia dell’esplorazione dello Spazio lo dimostra ampiamente anche se, stranamente (o forse volutamente?), questo aspetto è stato divulgato pochissimo ed è quindi sconosciuto ai più.
Il primo esempio che voglio fare riguarda Edwin Aldrin (Apollo 11), il secondo astronauta a scendere sulla Luna. Massone (1). Membro della loggia Clear Lake n. 1417 di Seabrook, Texas, Aldrin portò con sé sulla Luna una delega speciale del Gran Maestro J. Guy Smith che lo autorizzava a rivendicare la giurisdizione territoriale massonica del nostro satellite per conto del “Supreme Council 33° della Southern Jurisdiction. Il 20 luglio 1969, Aldrin, durante alcuni minuti di silenzio radio prima di scendere sulla superficie lunare, eseguì ritualmente il suo mandato all’interno del LEM, il modulo di allunaggio. (2) 

 

Ma Aldrin svolse anche un altro rito, durante la lunga pausa tra il momento in cui il LEM toccò il suolo lunare e quello in cui Armstrong vi poggiò il piede. Appartenente alla Chiesa Presbiteriana, Aldrin fece la Comunione usando un apposito piccolo kit inserito in un taschino della manica della tuta contenente un’ostia, un mini-calice e una fiala di vino. Un evento straordinario che nessuno si curò di rendere noto.
Per conto suo, il comandante dell’Apollo 15, David R. Scott, nell’agosto 1971, lasciò sul pannello di controllo del Lunar Roving Vehicle abbandonato sulla Luna una Bibbia fornita dalla Chiesa Episcopale di San Cristoforo in Texas.
E i due casi citati non furono certo gli unici di quel periodo pionieristico.  
Da allora il rapporto fra astronautica e mondo dello spirito, che tra l’altro nell’ultimo mezzo secolo è notevolmente mutato nelle società occidentali, si è sempre più profondamente radicato.
Negli ultimi quarant’anni più di 325 astronauti sovietici/russi, americani e di altre diciotto nazioni si sono avvicendati prima sulla MIR (la Stazione Spaziale Sovietico-Russa, 1986-2001) e poi dal novembre 2000 sulla Stazione Spaziale Internazionale ISS; di fede cristiana, ebraica, islamica, buddista e induista, ognuno di loro ha portato nello Spazio i suoi simboli, il suo credo e praticato i suoi riti religiosi. (3)
Nel periodo della MIR, il cosmonauta russo Jurij Lonchakov portò per ben due volte in orbita un pezzo delle reliquie di San Sergio. Il suo collega Fedor Jurchikhin recò, invece, con sé le reliquie dei martiri Teodoro Stratilate e Teodoro Tirone e parte della bara di legno di San Nicola. E ancora, Anton Shkaplerov portò le reliquie di san Pietro e di san Filippo, metropoliti di Mosca, Sergej Volkov quelle di sant’Afanasij (Sakharov) e Maxim Suraev una particella della Croce. 

 

A bordo della ISS il bisogno spirituale degli astronauti ha raggiunto il massimo della considerazione e, se lo desiderano, essi hanno la possibilità di trascorrere momenti di raccoglimento in completo isolamento nelle loro piccole cabine private oppure nella cosiddetta "Cupola", il modulo di osservazione con ampie vetrate, per pregare o meditare davanti ad una meravigliosa, impagabile “vista Terra”.
Nel corso degli ultimi ventisei anni, persone credenti e non credenti si sono affiancate e alternate, facendo diventare la Stazione un vero e proprio laboratorio antropologico.
Molti cristiani hanno continuato a fare la Comunione, come lo statunitense Michael Hopkins che nelle sue due missioni si è sempre portato dietro una piccola pisside, che teneva in un taschino della tuta, con porzioni di ostia consacrata sufficienti per tutte le domeniche della sua permanenza a bordo.
Nel modulo Zvezda, la sezione russa della ISS, si trovano icone sacre, vangeli, una grande croce e reliquari privati, come si può vedere nella fotografia allegata che mostra la nostra Samantha Cristoforetti ospite di due suoi colleghi di fede ortodossa.

 

 

L’astronauta statunitense Sunita Williams portò, invece, con sé testi e simboli della tradizione induista, tra cui la Bhagavad Gita, un simbolo Om e testi delle Upanishad.
Nel caso di alcune religioni lo Spazio ha imposto la necessità di superare problemi teologici e pratici mai affrontati in precedenza. Ad esempio, dato che la stazione spaziale completa un'orbita in 90 minuti, con 16 albe e 16 tramonti ogni 24 ore, i rabbini hanno dovuto decidere in che modo gli astronauti ebrei avrebbero potuto osservare lo Shabbat, dando indicazione di considerare l'inizio e la fine dello stesso basandosi sul fuso orario del luogo della loro partenza.
Per quanto riguarda gli astronauti mussulmani, che devono rivolgersi verso La Mecca durante le preghiere, nel 2007 per aiutare l’astronauta malese Sheikh Muszaphar Shukor che dovette passare il Ramadan a bordo, centocinquanta scienziati e studiosi islamici predisposero un documento dal titolo Guidelines for Performing Ibadah (Islamic Rites) at the International Space Station (Linee guida per lo svolgimento dei riti islamici sulla ISS) che prevedeva l'utilizzo di una speciale applicazione per la determinazione della direzione approssimativa di una Qibla di riferimento (dato che la ISS orbita a 400 km di altezza e ad una velocità di 27.000 km/h).
È un vero peccato che nei reportage riguardanti le missioni spaziali tutte queste cose non vengano dette o mostrate. Sarebbe molto utile, per far capire alla gente che uomini e donne di ogni razza e credo possono convivere tra loro, che chi va nello spazio non è una macchina, ma un essere umano che continua a cercare risposte e sente la presenza e il bisogno di un Dio (quello di tutti ma dai molti nomi, che non è morto con lo sviluppo scientifico e tecnologico) e che l’esplorazione spaziale non ha cancellato la spiritualità ma l’ha costretta a reinventarsi.
Per altro, già nel 1948 lo scrittore e filosofo Olaf Stapledon durante una conferenza alla British Interplanetary Society, sosteneva, con grande intuizione, che il fine ultimo dell’esplorazione spaziale e della colonizzazione di altri mondi non fosse semplicemente per l’ottenimento di materie prime o conoscenze scientifiche, ma per ampliare la diversità umana, la creatività, l’intelligenza e soprattutto la Spiritualità, intesa come consapevolezza sensibile e intelligente dell’universo nel suo insieme.
Dunque, in fondo, nulla di nuovo… ed è certo che anche in futuro gli uomini e le donne che abiteranno in grandi stazioni spaziali, in basi lunari o marziane o compiranno viaggi della durata di decine o centinaia di anni, non potranno fare a meno di portarsi dietro il loro personale bagaglio interiore. E questa asserzione non è solo una mia fantasia.

Nel 2017, ad esempio, i responsabili dell’Agenzia Spaziale Europea hanno rivelato una ricerca artistico/architettonica per un progetto per la costruzione di un “Tempio della contemplazione” vicino al polo sud della Luna, una cupola di cinquanta metri d’altezza accessibile con una lunga scalinata a tre rampe, come parte integrante del primo avamposto del genere umano sul nostro satellite. Concepito come simbolo di unità e di pace, il Tempio, la cui forma semisferica è certamente dettata dalla facilità di costruzione ma racchiude anche un elevato significato simbolico, dovrebbe permettere ai primi coloni di avere a disposizione un luogo di osservazione, meditazione e contemplazione.

 

 

Il progetto prevede che il Tempio venga realizzato direttamente in loco, sul bordo illuminato del cratere Shackleton, utilizzando la regolite lunare per mezzo di stampanti 3D.  

Il suo ideatore e progettista, Jorge Mañes Rubio, componente dell’Advanced Concepts Team dell’Agenzia, ha affermato di essersi ispirato alle idee di due architetti rivoluzionari francesi, visionari, simbolisti, utopisti, illuministi del XVIII secolo, Étienne-Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux, come chiaramente visibile confrontando il disegno di uno dei loro avveniristici progetti, il Cenotafio di Newton (mai realizzato) alla rappresentazione del tempio lunare.

Leggendo le parole di Rubio si comprendono bene gli ideali che lo hanno indirizzato: «Abbiamo discusso molto con i colleghi su quali potranno essere le esigenze dei futuri coloni lunari… Quali saranno le interazioni sociali, culturali e le attività rituali? E che tipo di arte e manufatti produrranno? Gli esseri umani lo hanno fatto per almeno trentamila anni, e non ho alcun dubbio che continueranno a farlo anche nello spazio. Un insediamento lunare rappresenta un’occasione perfetta per un nuovo inizio, un luogo dove non esistono convenzioni sociali, nessuna nazione o religione. Questi concetti dovranno essere ripensati da zero e da qualche parte bisognerà pur cominciare. Questo tempio deve intendersi come una struttura mitica e universale, che si spera possa unire le persone in questo nuovo ambiente in modi nuovi».

Particolarmente significativo è, infine, l’ultimo esempio che voglio portare.Nel 2023 il tempio buddista Daigoji di Kyoto ha pensato di mandare in orbita un «tempio spaziale» in miniatura in un minisatellite (dimensioni 30x20x10cm di cui è allegata l’immagine) contenente una statua di Budda ed alcuni mandala.

 

Il progetto prevedeva che il satellite, che si chiama Jotenin Gounji (tempio «dell’umana esistenza»), percorresse l’orbita terrestre in 90 minuti a circa 400/500 chilometri di altezza venendo accompagnato dalla continua preghiera dei monaci del famoso tempio giapponese allo scopo di invocare la pace e diffondere energia positiva su tutti gli abitanti della Terra, indipendentemente dalla loro religione. Era previsto che una App avrebbe permesso ai fedeli di conoscerne sempre la posizione, in modo da poterlo cercare, rivolti verso il cielo, durante le loro preghiere. Il piano è stato rimandato per problemi tecnici, ma non ho dubbi che prima o poi vedrà la sua realizzazione e se persino le religioni orientali stanno iniziando ad espandersi nello Spazio vuole proprio dire che la porta della Via delle Stelle è stata davvero finalmente aperta!
Credo fortemente che persone illuminate come il giovane progettista Rubio e i monaci del tempio Daigoji sapranno essere di ispirazione per chi dovrà concretamente realizzare la colonizzazione dello Spazio, riconoscendo come elemento irrinunciabile delle future attività spaziali non solo l’appagamento dei bisogni biologici dei coloni, quali aria e nutrimento, ma anche quello di dover rispondere all’esigenza più profonda dell’Uomo: la Spiritualità, intesa in senso lato, come esperienza immanente.
Ogni tempio, ogni luogo di preghiera, è di per sé un simbolo, non appartiene al mondo materiale, è metafisico e quindi conserva il suo valore in qualsiasi parte dello Spazio e su qualsiasi altro corpo celeste, indipendentemente dal sole o dal pianeta intorno a cui ruota o dal numero di lune che possiede. Ed in un futuro non molto lontano la tecnologia sarà in grado di fornire strumenti per rendere sempre più agevole ai viaggiatori spaziali, magari utilizzando ricostruzioni in ologramma o esperienze interattive di realtà virtuale immersiva multisensoriale.
Un cortometraggio documentario uscito nel 2025, dal titolo "Fiddler on the Moon - Judaism in Space" (Il Violinista sulla Luna - Giudaismo nello Spazio), tenendo conto anche dell’esperienza degli astronauti ebrei/israeliani, immagina la continuità del giudaismo e delle sue tradizioni al di fuori della Terra, dove le leggi religiose e le usanze dovranno essere adattate alla vita in microgravità o su colonie spaziali, suggerendo che, indipendentemente dallo spazio fisico, la "Tradizione" (rappresentata dal Violinista) continuerà a suonare, adattandosi ad un contesto moderno e futuristico. (4) 

 

E dovrà essere proprio così. La mente dell’Uomo si dovrà allargare per riuscire a discernere finalmente la vera Essenza della Creazione e della Vita.
Chissà, forse lo Spazio è proprio il posto giusto, forse il solo posto giusto dove questa possa essere pienamente percepita.

 

Note


1)  Agli inizi della corsa spaziale, la Massoneria americana è stata molto attiva e molto presente. Gli astronauti Edwin Aldrin, Gordon Cooper; Donn Eisle, Walter Schirra, Thomas Stafford, Edgar Mitchell, Paul Weitz, “Gus” Grissom, per citarne alcuni, erano tutti massoni e la loro attività nello spazio fu tutt’altro che trascurabile e non solo simbolica.
2)    Per commemorare l’evento venne emessa una medaglia commemorativa e fondata una Loggia battezzata “Tranquility Lodge 2000”, dal nome del luogo di allunaggio, il Mare della Tranquillità, che è ancora oggi all’obbedienza della Gran Loggia del Texas.

Aldrin non fece che ripetere quanto fatto da un altro esploratore massone altrettanto famoso per le sue spedizioni polari: l'ammiraglio americano Richard E. Byrd. Durante la sua seconda spedizione antartica (1933-1935), che su un totale di 82 membri contava ben 60 Fratelli, il 5 febbraio 1935, nel campo base chiamato “Little America”, Byrd fondò la “First Antarctic Lodge No. 777”, la prima loggia mai istituita sul continente antartico sotto l’egida della Gran Loggia della Nuova Zelanda.

3)   Fanno eccezione i “taikonauti” cinesi, in quanto essendo la Cina un paese ateo che controlla strettamente i movimenti religiosi, non è loro consentito di mostrare pubblicamente alcuna fede. Le credenze dei singoli sono considerate fatti privati. Sono tuttavia convinto che, se fossero liberi di parlare, direbbero di aver provato le stesse sensazioni di tutti gli altri loro colleghi internazionali.

4)    Data di uscita 25 febbraio 2025, registi Jeremy Newberger, Seth Kramer, Daniel A. Miller, durata 30 min, interpretato tra gli altri da Neil deGrasse Tyson e dagli astronauti Jeffrey Hoffman e Jessica Meir, con la consulenza di molti rabbini e ricercatori.


  1. Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 2 giugno 2026.

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