La singolare storia del levriero che fu fatto santo

Roberto D’Amico

 

In un mio precedente articolo ho parlato dell’incredibile storia di San Cristoforo Cinocefalo, il santo cristiano con la testa di cane (1). In questo breve scritto voglio presentare il caso ancora più inverosimile di un vero cane divenuto santo.
La sua storia/leggenda è ambientata nel XIII secolo in Francia, a Sandrans, nella regione di Lione. Essa racconta di un aristocratico levriero bianco di nome Guinefort, o Guignefort, di proprietà del Signore del Castello di Villar nel villaggio di Neuville, nella zona di Dombes.
Guinefort era bello e veloce e per questo era il preferito tra i molti cani da caccia del nobile cavaliere, tanto che era l’unico che egli teneva all’interno del suo castello. Dal canto suo, il levriero ricambiava con grande devozione e assoluta fedeltà l’amore che il suo padrone nutriva per lui e i privilegi particolari di cui godeva.
Un giorno, il castellano e la moglie dovettero assentarsi per qualche tempo dalla loro dimora e, avendo da poco avuto un figlio, decisero di lasciare il neonato sotto la protezione di una balia e del fidato cane.
Al suo ritorno, il cavaliere andò subito nella stanza del piccolo per accertarsi che stesse bene e salutarlo, ma non appena entrò nella camera il terrore lo assalì. Il bambino non c’era, la culla era ribaltata, tutti i suoi giochi erano sparsi ovunque e vi erano macchie di sangue dappertutto. Vedendolo entrare, Guinefort, che era vicino alla culla, gli corse incontro festoso, come faceva sempre.  Fu allora che il nobiluomo vide che il cane aveva il muso sporco di sangue e, pensando che avesse sbranato il bimbo, accecato dal dolore, estrasse la sua spada e d’impeto trafisse il suo amato compagno a quattro zampe uccidendolo.
Poco dopo, però, il pianto del neonato riempì la stanza e il padre lo scovò sotto la culla rovesciata, illeso e con accanto una grossa vipera morta. Solo allora il cavaliere capì il terribile errore che aveva commesso. Il sangue che aveva visto sulla bocca di Guinefort non era quello di suo figlio ma della serpe che il cane aveva coraggiosamente ucciso, salvando il bambino. 

 

Disperato per aver compiuto un’azione tanto malvagia e divorato dai sensi di colpa, il gentiluomo fece allora seppellire il suo levriero con tutti gli onori in un boschetto vicino al castello in una tomba ricoperta da un grande tumulo di pietre.
I contadini della zona presero a portare offerte ed omaggi al sepolcro di quel coraggioso animale e tra il popolo si diffuse in breve la voce che Guinefort, anche da morto, avesse il potere di guarire e di proteggere dai pericoli i bambini.
Nel giro di poco tempo la sua tomba divenne meta di pellegrinaggio e il cane fu proclamato “santo patrono degli infanti” e considerato alla pari di un santo umano. In quei tempi la canonizzazione era ancora spesso decisa “vox populi”, cioè per acclamazione popolare. Questo è il motivo per cui la storia della Chiesa conta un gran numero di santi che non sembrano nemmeno essere esistiti.
Sempre più madri della Dombes portarono i loro bambini malati in quel luogo con la speranza di ottenere una guarigione miracolosa da parte di Saint-Guinefort. Come segno di devozione esse facevano offerte di sale e altri oggetti e poi immergevano il bambino nelle fredde acque del vicino fiume Chalaronne.  
Pare che questo cruento rituale fosse collegato alla cosiddetta “Sostituzione”, una credenza diffusa nella Francia dei secoli XI e XII, secondo la quale si riteneva che i bambini sani venissero scambiati con dei bambini malati dai malvagi spiriti della foresta. Secondo quella tradizione, i figli sani sarebbero stati riconsegnati da quegli spiriti ai loro genitori solamente se avessero eseguito quel rituale particolare.
Se, come si può ben immaginare avvenisse nella maggior parte dei casi, dopo quella pratica i bambini morivano, si riteneva che la “Sostituzionenon fosse avvenuta. Anche solo un caso di guarigione completa avrebbe, però, confermato l’efficacia del rituale che veniva così perpetuato.
Di chiara origine pagana, quel rito si cristianizzò aggiungendovi l’intercessione del Santo Cane, probabilmente con lo scopo di potenziarlo. Qualcuno ha ipotizzato che lo stesso nome Guinefort abbia una connessione con l’acqua, la purezza e la vita, essendo formato dalle parole del francese antico “guen” (bianco/puro) e “frout” (torrente/acqua pura). L’incredibile rapidità con cui il suo culto prese piede può solo essere spiegata assumendo che il Santo Cane venne subito associato dal popolo a quel tipo di rituali arcaici che venivano già comunemente praticati.
Etienne de Bourbon, un inquisitore e predicatore domenicano contemporaneo agli eventi, venuto a conoscenza di queste pratiche attraverso la confessione di diverse donne della zona, si recò con sollecitudine sul posto.
Per un uomo di fede come lui un cane venerato come un santo, un rituale pagano che prevedeva uno pseudo-battesimo sacrilego nelle acque del fiume e la mancanza di un controllo da parte dell’autorità ecclesiastica erano tutti elementi sufficienti per richiedere una sua azione immediata per ristabilire l’ordine. Cosa che solertemente fece.
Etienne condannò fermamente la venerazione rivolta a Saint-Guinefort, definendola eretica e diabolica.
L’inquisitore ammonì i contadini a sospendere immediatamente i loro pellegrinaggi e quelle cerimonie pagane, poi fece riesumare il corpo di Guinefort, abbattere tutti gli alberi del bosco e, infine, ordinò di bruciare tutto, incluso il tempietto che era stato eretto accanto alla tomba.
Paradossalmente dobbiamo proprio alla dettagliata relazione dei fatti che lui scrisse nel 1260 la conoscenza di questa storia. (2) 

 

Nonostante l’opera dello zelante domenicano, la venerazione popolare per Saint Guinefort continuò a prosperare. Anzi, il suo culto si diffuse non solo in tutta la Francia, ma anche nel nord Italia, dove a San Guiniforte, Guniforte, furono dedicate chiese, e persino nella Sicilia Angioina, fra i soldati francesi occupanti.
Cosa assolutamente sorprendente è che questo culto, nonostante la Chiesa non lo avesse mai visto di buon occhio e proibito e osteggiato più volte, continuò per altri 600 anni!
Incredibile a dirsi, ma la singolare devozione popolare verso questo santo a quattro zampe resistette a tutte le condanne e venne, infatti, abolita solamente nel 1930. Ma è cosa nota che ancora oggi il Bosco di San Guignefort, dove è posta una targa che ne commemora brevemente la storia (4), è meta di pellegrinaggio e preghiera.  


Questo santo è spesso erroneamente accomunato a San Cristoforo Cinocefalo. Le storie del santo con la testa di cane e del Cane Santo non hanno però assolutamente nulla da spartire, se non il fatto di essere entrambi, per quanto ambientate in contesti completamente diversi, una prova del retaggio di tradizioni pagane all’interno del cristianesimo.
In Lombardia esistono tuttora due chiese intitolate a San Guniforte. Una è a Nosate, in provincia di Milano, costruita nel ‘500, visitata da San Carlo Borromeo nel 1570 ed eretta a parrocchiale nel 1587. L’altra è la parrocchiale di Casatisma, in provincia di Pavia, anch’essa del ‘500.
Proprio nell’area pavese si tramanda che vi fosse l’usanza di portare i figli malati nei pressi del Ticino dove le madri per la loro guarigione invocavano: “San Guniforte, la vita e la morte”, pratica che sembra rievocare il rito pagano che si svolgeva nei pressi del tumulo francese del santo levriero.


Ovviamente oggi a Nosate non si continua a venerare il Cane Santo. Attraverso un evidente stratagemma e sfruttando una somiglianza di nomi forse non casuale, esso venne trasformato in un santo umano fondendo due storie/leggende lontane tra loro nel tempo e nello spazio: quella di Saint-Guinifort, appunto, e quella di un santo martire venerato a Pavia di nome Guniforto.
Di questo santo si hanno poche e vaghe informazioni ricavate da un documento, la “Passio di Guniforto”, di cui si ignora l’autore e si pensa risalga ad un imprecisato periodo compreso tra l’VIII e il XII secolo. (5)
La narrazione della storia di Guniforto, di origine scozzese o irlandese, racconta che per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani decise di venire in Italia con un fratello e due sorelle. Durante il lungo viaggio le due sorelle furono uccise in Germania, mentre il fratello Guniboldo trovò la morte a Como. Solo Guniforto riuscì ad arrivare a Milano, dove fu a sua volta colpito da diverse frecce pagane. Creduto morto, venne abbandonato, ma riuscì a trascinarsi fino a Pavia, dove fu soccorso da una donna cristiana, nella cui casa morì dopo tre giorni.
La datazione di questi avvenimenti è controversa. C’è chi dice che accaddero sotto Costanzo, chi al tempo di Massimiano, e chi al tempo dell’imperatore Teodosio, comunque intorno al III-IV secolo.
Il corpo del santo martire, dopo varie traslazioni, fu portato nel 1790 nella basilica dei SS. Gervasio e Protasio. Nel 1886, grazie all’interessamento del parroco della succitata chiesa di Nosate, don Eugenio Sironi, alcune sue reliquie furono trasferite nella parrocchiale del piccolo paese del milanese. Viene facile ipotizzare che il prevosto seppe abilmente sfruttare la somiglianza dei nomi per cancellare l’imbarazzante ricordo del cane santificato, anche se la chiesa continuò comunque a mantenere la sua intitolazione originale a San Guniforte.

 Note

  1.         D’Amico Roberto, “L’enigmatico simbolismo del santo con la testa di cane”, pubblicato su Civico20 News del 05/02/2026
  2.          Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio il libro di Jean-Charles Schmitt, «Le Saint Lévrier: Guinefort, guérisseur d'enfants depuis le XIIIe siècle», Flammarion,2004, che parte proprio dalla relazione redatta da Etienne de Bourbon. Esiste anche la versione in italiano, piuttosto rara: «Il Santo Levriero, Guinefort Guaritore di Bambini, Einaudi Editore, Collana Microstorie n.5.
  3.      Le illustrazioni allegate di Saint Guinefort sono: una xilografia del XVI secolo, una pagina del manoscritto miniato “Hours of Henry VIII” e alcuni dei santini devozionali rinvenibili su Internet.
  4.          La targa dice : « Bois de Saint-Guignefort - Ce bois, jusqu’au XIXe siècle, un lieu singulier de dévotion populaire envers Guignefort. Ce lévrier guérissait les enfants. L’évêque Étienne de Bourbon fit détruire ce culte au XIIIe siècle, mais le souvenir resta vivant, encore au siècle dernier, en forêt de Dombes. » (Bosco di San Guinefort - Questo bosco fu, fino al XIX secolo, un luogo singolare di devozione popolare verso Guinefort. Questo levriero guariva i bambini. Il vescovo Étienne de Bourbon fece distruggere questo culto nel XIII secolo, ma il ricordo rimase vivo, ancora nel secolo scorso, nella foresta della Dombes)..
  5.         Di questo documento esiste una copia in un manoscritto del XIV secolo conservato nella Biblioteca del Capitolo di Novara. Gli studiosi concordano sul fatto che il suo valore storico sia praticamente nullo.

  1. Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 10 luglio 2026.

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