Homo Aquaticus nel
futuro dell’Umanità?
Roberto D’Amico
Il paleoantropologo britannico Matthew Skinner, della University of Kent ha
recentemente dichiarato che, secondo lui, nei prossimi secoli l’uomo si
evolverà in funzione dell’habitat in cui dovrà sopravvivere. Il messaggio del
professor Skinner è che la specie umana cercherà sempre di evolversi, in
qualsiasi ambiente, ammesso di avere il tempo di poterlo fare, perché
l'evoluzione, che è sempre all'opera, ha bisogno di tempi lunghi per un
adattamento progressivo alle mutate condizioni ambientali.
Lo scienziato ha anche affermato che, se fra tremila anni l’umanità sarà
costretta a vivere sott’acqua, gli umani si adatteranno sviluppando mani e
piedi palmati e membrane nittitanti trasparenti agli occhi (come quelle di
molti animali, come anfibi, rettili, squali, foche e castori) che permetteranno
una perfetta visibilità nel mondo acquatico. (1)
Il professor Skinner non ha preso
in considerazione le possibilità che la tecnologia metterà a disposizione
all’umanità per mutazioni genetiche o artificiali.
I progetti immaginati degli scienziati per permettere di vivere nelle
profondità marine hanno, in realtà, una lunga storia. Il nome di Homo Aquaticus inserito nel titolo riprende, ad
esempio, la visione del grande esploratore e oceanografo francese Jacques-Yves Cousteau che per primo tentò di aprire la strada per una diversa
visione del mare, arrivando ad immaginare un’evoluzione volontaria
dell’uomo verso la vita subacquea sia per adattamento naturale che grazie all’intervento
della tecnologia.
Affascinato dall’idea di poter colonizzare il mondo sottomarino, nel
settembre 1962 il comandante Cousteau lanciò Précontinent, un
esperimento che consisteva nel far vivere per una settimana due uomini in una
stazione subacquea, denominata Diogene, situata a undici metri di
profondità sotto il livello del mare vicino a Marsiglia. La pionieristica struttura, alimentata dalla
superficie, era dotata di elettricità, televisore, telefono ed acqua dolce. Questi
primi acquanauti respiravano aria compressa ed effettuarono escursioni
subacquee fino alla profondità di 25 metri.

L’anno successivo, Cousteau replicò l’esperimento con Prècontint II
nella laguna Shaab-Rumi, vicino a Port Sudan nel Mar Rosso. Due strutture
vennero posizionate rispettivamente a 10 e 26 metri di profondità. La prima
ospitò otto acquanauti per ventotto giorni, l’altra due uomini che vi rimasero
per otto giorni esplorando il fondale fino alla profondità di 50
metri. Questi esperimenti portarono l’oceanografo francese a preconizzare
la fattibilità della sua teoria dell’Homo Aquaticus, convinto
che sarebbe stato possibile crearlo entro la fine dello scorso secolo,
ricorrendo a semplici operazioni chirurgiche. Prospettò di riempire le cavità
toraciche con materia plastica e sostituire il complesso cuore-polmoni con un
sistema pseudo-branchiale al quale avrebbero dovuto essere allacciate vene e
arterie. Qualunque metodo sarebbe stato, ovviamente, senza ritorno, perché gli
uomini-cavia così modificati non avrebbero più potuto vivere all’aria libera.
Un’idea questa che oggi non sarebbe più eticamente proponibile.
Dagli
ormai lontani tempi di Cousteau, così come per altro avvenuto per
l’esplorazione spaziale, la ricerca sulla vita negli oceani ha subito un forte
rallentamento, ma non è certo terminata, spesso con progetti segreti, di cui
poco è stato fatto trapelare.
In
tutto il mondo si stanno facendo piani per una vera e propria colonizzazione
delle profondità oceaniche con progetti di città sommerse, sfruttamenti
intensivi di pascoli marini, miniere, pesci e cetacei. L’unico vero ostacolo
resta ancora l’adattabilità dell’essere umano.
Esperimenti
decennali hanno dimostrato che la permanenza in mare degli acquanauti è
condizionata da profondità, condizioni ambientali e i lunghi periodi di
compensazione necessari. Ecco perché si stanno continuando a studiare diverse possibilità
per un adattamento fisico-biologico dell’uomo all’ambiente marino, della
creazione, cioè di un uomo-pesce, che molto ricorda l’Homo Aquaticus
di Cousteau. Impresa fantascientifica impossibile? Forse no.
Alcuni
prototipi di dispositivi impiantati che estraggono ossigeno direttamente
dall’acqua, basandosi su un concetto simile alle branchie dei pesci, esistono
già e, combinando bioingegneria, impianti cibernetici e nanotecnologia, si
potrebbero creare acquanauti ibridi uomo-macchina dotati di tute composte da
materiali ad elevatissime prestazioni tecnologiche integrate direttamente al
loro corpo con sensori e protesi meccaniche.
Probabilmente
lo sviluppo sempre più avanzato di robot sofisticati supplirà in futuro parte dei
lavoratori o dei soldati umani, ma l’uomo resterà sempre centrale.
È alquanto
probabile che qualche grande potenza stia già da tempo segretamente lavorando
su progetti di questo tipo che possono sembrare non etici ma,
se la conquista e lo sfruttamento del mondo subacqueo dovessero improvvisamente
divenire un’impellente necessità, la percezione delle cose potrebbe cambiare
rapidamente.
Con un esercizio di fantasia, in un mio
articolo precedente (2) ho parlato delle varie ipotesi formulate da ormai più
di cento anni su come potrà essere l’evoluzione della specie umana, sul nostro
pianeta e nello spazio, fra 1.000.000 di anni.
Vi sono tuttavia scenari meno ottimistici sul
futuro della nostra specie, in verità assai più probabili, che prevedono che la
razza umana, per sopravvivere, sarà costretta ad affrontare sfide impegnative
in tempi molto, molto più vicini a noi.
La possibilità che cambiamenti climatici
sempre più rapidi, innalzamento dei mari, pandemie, eruzioni vulcaniche
catastrofiche, impatti di asteroidi, guerre nucleari o chimico/batteriologiche
possano rendere inabitabili, nel migliore dei casi, parti del nostro pianeta,
dovrebbe iniziare ad essere discussa dalle nazioni più avanzate ed indurle a fare
riflessioni rapide e a prendere decisioni serie.
Davanti ad eventi davvero catastrofici, grandi
fette di popolazione potrebbero non avere alcuna possibilità di sopravvivenza,
ma almeno una parte di essa potrebbe continuare a vivere se si lavorasse di
anticipo.
Si tratterebbe
di pianificare lo spostamento di milioni di persone in città sotterranee o sottomarine,
che dovrebbero non solo essere realizzate, ma anche in grado di sopravvivere
autonomamente. Tra le due opzioni, quella di spostarsi negli oceani sembra
essere la scelta più appropriata nel caso di aria irrespirabile, terreni
inquinati o radioattivi, impossibilità di provvedere energia, trasporti e cibo da
terra. Gli oceani, infatti, a causa del loro enorme volume
riescono a diluire l’inquinamento radioattivo. Inoltre, la vita sotto o sopra
il mare permetterebbe di godere della luce solare e di effettuare collegamenti
con altre colonie sopravvissute o con parti del pianeta eventualmente rimaste
abitabili.
Esistono già
tanti progetti, alcuni già realizzati a scopo turistico, di piccoli villaggi
galleggianti, collegati a terra per alimentazione energetica, servizi e
provviste un po’ in ogni parte del globo. Sono anche state concepite città
galleggianti autosufficienti e autoalimentate in grado di spostarsi sul mare,
ma sono ancora ben lontane da un piano realizzativo.
Per garantire la massima probabilità di
sopravvivenza, dovrebbe essere una priorità impegnarsi per realizzare strutture
che consentano di vivere nelle profondità del mare.
Dai tempi pionieristici di Cousteau e della stazione americana
sottomarina Aquarius, situata a 20 metri di profondità al largo delle
coste della Florida, che dal 1993 è stata per oltre trent’anni un
laboratorio unico per gli studi oceanici, molto è cambiato. Negli ultimi anni la
corsa al fondo degli oceani, così come sta accadendo per lo spazio, è diventata
parte dei piani di geopolitica militare e si stanno vedendo forti aumenti degli
investimenti per lo sviluppo di nuove tecnologie.
In questo contesto, la Cina ha recentemente avviato la costruzione della stazione
di ricerca sottomarina denominata Oasi Abissale, a 2.000
metri di profondità, simile ad una vera e propria stazione spaziale delle
acque profonde, nell’estremamente nevralgico Mar Cinese Meridionale per portare
avanti il progetto "Struttura di Ricerca per gli Ecosistema
delle Sorgenti Fredde". Questa
stazione scientifica dovrebbe essere completata nel 2030 ed è stata concepita
per ospitare sei scienziati per missioni
della durata di un mese che saranno connessi in tempo reale con la
superficie grazie ad un avanzato sistema di fibra ottica sottomarina. La base oceanica sarà inoltre collegata ad
una rete di sottomarini senza equipaggio, navi da
ricerca e osservatori marini, creando un sistema di monitoraggio
quadridimensionale.
Se i programmi
verranno mantenuti, il primo habitat permanente dovrebbe, però, essere quello
progettato dall’azienda britannica DEEP che verrà installato al largo delle
coste del Galles nel 2027. Lo slogan della società è indicativo degli scopi che
si prefigge: “Make Humans Aquatic”.
I vari moduli
di ricerca, denominati Sentinel, sono immaginati come vere e
proprie case, saranno posizionati a 80 metri di profondità e consentiranno
la permanenza di team di ricercatori e scienziati che studieranno la zona
epipelagica, ovvero l’area sottomarina compresa entro i primi 200
metri di profondità, in turni di ventotto giorni.
L’impatto
ambientale sarà minimo, in quanto la fonte di energia primaria sarà
il moto marino, oltre ad altre soluzioni di produzione energetica
rinnovabile, mentre un bioreattore permetterà di gestire i rifiuti.
Stiamo però
sempre parlando di ambienti piccoli, nulla a che vedere con installazioni di
grandi unità abitative.
L’Ocean Spiral è, ad oggi, l’unico vero progetto
di una vera città sottomarina. Dal costo stimato di 26 miliardi di dollari,
realizzato dallo studio di architettura giapponese Shimizu Corporation, potrebbe
vedere la luce nel 2035. È stato ideato proprio come una possibile pronta
risposta al crescente innalzamento dei mari.
Si tratta di una grande sfera di cinquecento metri di
diametro, ancorata ad un fondale profondo (3000 m.), galleggiante a duecento
metri sotto il livello del mare, che comprende alberghi, piazze, uffici e
abitazioni per cinquemila persone.
La città sarà ovviamente completamente sostenibile
grazie ad un filtro di desalinizzazione dell'acqua e ad un'alimentazione
energetica basata sia sulla conversione dell'energia termica sia sul riutilizzo
delle emissioni di CO2 da parte dei microrganismi che vivono nelle
profondità oceaniche. Il segreto per questa indipendenza nei consumi si trova
nella "spirale", dove vengono integrate le funzioni richieste per
generare elettricità, per l'acquacoltura, la desalinizzazione ed il trasporto.
Per concludere, nessuna azione seria è stata ancora
presa per rispondere ad una eventuale emergenza planetaria. Se è vero che si
sta andando avanti, lo si sta facendo ad una velocità insufficiente, dettata
da fattori economici o militari, non certo pensando ad una strategia di
sopravvivenza.
Se saremo davvero obbligati a doverci spostare nei mari
nel giro di qualche anno o decennio, ci troveremo assolutamente impreparati.
Forse non è
ancora l’ora dell’Homo Aquaticus ma, se pensiamo che oggi si stima che, anche senza eventi
catastrofici, solo l’innalzamento del livello degli oceani porterà entro il
2100 alla sommersione delle maggiori città costiere in tutto il mondo,
bisognerebbe davvero darsi da fare in fretta e passare rapidamente dalle ipotesi progettuali alla realizzazione
pratica. Personalmente, sono convinto che l’ipotesi del professor Skinner potrebbe realizzarsi molto
prima di quanto da lui previsto e che l’Homo Aquaticus diventerà una
delle possibili varianti della futura umanità.
Chi volesse provare di
persona un’esperienza da vero acquanauta può andare a visitare il “Nemo’s
Garden” di Noli, il primo progetto di orto subacqueo al mondo, dove in biosfere
trasparenti vengono coltivate erbe aromatiche e ortaggi. (4) Un vero salto nel
futuro!
Note
1)
L’evoluzione
umana ha per altro già sviluppato adattamenti particolari del corpo umano in
ambito marino. Ne sono un esempio i Bajau,
una popolazione di circa un milione di individui diffusa nel sud est asiatico, che
possono immergersi in apnea per 8 ore al giorno per periodi anche
di 13 minuti e a profondità fino a 70 metri. Gli scienziati
hanno scoperto che essi sono dotati di una milza più
grande del 50% rispetto al normale che gli garantisce una riserva di ossigeno supplementare grazie al maggior
numero di globuli rossi, e che il gene responsabile di questa mutazione è il PDE104, lo stesso delle popolazioni tibetane che
vivono a grandi altezze in ambiente povero di ossigeno.
2)
Roberto D’Amico, “L’Homo
Futuris dell’anno 1.000.000”, pubblicato su Civico20News il 4 dicembre 2025
3) Le raffigurazioni dell’HomoAquaricus sono state create
dall’autore con ChatGPT.
4) https://www.nemosgarden.com
- Nota: articolo pubblicato su Civico20News la Rivista Online di Torino il 31 luglio 2026.
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